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EDITORIALE

Aria di crisi nel delta della critica

di Giuseppe Pontiggia


   Letture n.552 dicembre 1998 - Home Page Sulla certezza i Romani hanno fondato un impero, ma la critica non può fondarvi il proprio. Dal convegno di Letture sulla critica un contributo chiarificatore dei termini, risalendo alla sorgente, al pianoro omerico del verbo krino.

Perlustrare il delta di un fiume significa di solito perdersi in un dedalo di canali e di argini, di cielo e di acqua, di paludi nascoste tra le canne e di lagune biancheggianti di gabbiani. Perché si possa ritrovare il filo della corrente bisogna procedere in senso contrario lungo le rive. E risalire fino alla sorgente non ha solo la fascinazione del viaggio di ritorno, ma consente di cogliere la distanza che ci divide dall’inizio e di riaffrontarla idealmente attraverso nuovi spazi.

Così accade nel paesaggio fluviale della critica. Più che avanzare nelle ramificazioni del delta, può aiutarci ad avvicinarlo un allontanamento a ritroso, anche se non mancano difficoltà logistiche, dogane lessicali e interminabili discussioni con gli interpreti. Però il cammino verso le origini della parola è sempre ricco di futuro, come salire il Monte Analogo di René Daumal, il surrealista eretico che ci ha lasciato il racconto sapienziale della scalata.

Un’operazione oggi impopolare

La fonte della parola "critica" la si scopre nel pianoro omerico del verbo krino e offre una prima sorpresa, che si rivelerà poi una conferma, come sempre quando ci si imbatte in una verità: la fonte si dirama a sua volta in tre correnti: separare, scegliere e giudicare. Volessimo stabilire una successione temporale, troveremmo che è la stessa della successione lineare. Si comincia con una operazione necessaria quanto catastrofica, che è quella di dividere, disgiungere, distinguere. Per capire quanto questa operazione sia oggi impopolare basta pensare al mercato che tende all’operazione contraria, a mescolare, congiungere e confondere in un solidarismo fra patetico ed economico, fra velatamente commosso e occhiutamente finanziario. Al separare segue fatalmente un’altra operazione dolorosa, scegliere, quanto mai ripugnante a un’epoca come la nostra, che fa della non scelta, in ogni campo, la scelta cosiddetta vincente: in politica, dove la figura retorica dell’ossimoro, ovvero la coabitazione dei contrari, non è più una sfida logica, ma una pratica quotidiana; e in letteratura, dove la politica di una generosa ospitalità offerta a qualsiasi inquilino, purché irregolare (questa almeno è la regola), continua ad assicurare voti a certa critica specializzata nella gestione di immobili.

L’ultima accezione di krino, giudicare, sembra la conseguenza inevitabile di separare e scegliere, ma proprio sul giudizio gravano i sospetti maggiori. Trascuriamo i più conosciuti (amicizie, alleanze editoriali, ammiccamenti politici). Si è cercato di sottrarre il giudizio all’impressionismo estetico e di fondarlo su parametri scientifici. La loro utilità però è inversamente proporzionale al valore delle opere: altissima per le piccole, marginale per le grandi. La prospettiva storicistica, fondamentale per il passato, rischia di trasformarsi, se applicata al presente, in una ipoteca sul futuro, oscillante fra un sociologismo immaginario e un profetismo retrospettivo. Quanto al gusto, è lo stesso storicismo che ha insegnato a diffidarne, circoscrivendone la nicchia ecologica e la cornice temporale. Un uso eclettico delle diverse prospettive sembra essere la risorsa più proficua, almeno per la critica del presente, trasformando un punto di vista caleidoscopico in una angolazione unitaria.

Altrettanto fecondo si rivela krino nella coniugazione medio-passiva. Preceduto da upo può significare in Omero: «spiegare facendo uscire la risposta da sé stessi» (come spiega il grande Chantraine in una lingua che sembra uscita a sua volta da lui stesso). E si riferisce in particolare alla interpretazione dei sogni. Ecco una accezione suggestiva per la critica psicanalitica. Se l’arte è stata definita un sogno fatto in presenza della ragione, non c’è ragione che non possa essere interpretata come un sogno. Il pericolo è che al sogno dell’artista si sovrapponga quello dell’interprete e che un sogno al quadrato sia di interpretazione avventurosa, come si può constatare – a parte meritorie eccezioni – in troppi esempi.
   

La folla pittoresca dei derivati

La folla dei derivati da krino è varia e pittoresca. Ipocrita, ad esempio, era inizialmente colui che "rispondeva" al coro, poi attore. Il critico come attore è una figura che non manca sul palcoscenico contemporaneo. Illuminanti alcuni paralleli linguistici: il nome etrusco dell’attore era istrione e il significato moderno di ipocrita non ha bisogno di chiose.

Fra gli altri termini che discendono da krino ne spiccano almeno tre, kriterion, krites e krisis. Il primo, ancora vivo nell’italiano "criterio", è la costellazione dei valori che serve per orientarsi. Indispensabile, se non ci si vuole perdere nel buio della gratuità. Krites era invece il giudice: funzione odiosa, ma essenziale, anche se fortunatamente provvisoria (segue sempre l’Appello e, quanto alla Cassazione, non finisce mai). Certo, non dovrebbe evocare l’immagine di Longanesi: il critico che interroga l’autore come un commissario di polizia interroga un pregiudicato. Krisis infine era in greco il momento della separazione e della decisione. Difficile trovare in italiano parola più adeguata.

Se la critica è in crisi direi che è nel suo stato più naturale, stavo per dire più sano. Krino, al passivo, può infatti esprimere la condizione di un malato che arriva al punto di crisi. Ma noi sappiamo che la crisi può essere il punto di condanna quanto di svolta e di guarigione. Un contributo indiretto viene dal verbo latino corrispondente a krino, ovvero cerno, con gli stessi significati originari. Solo che da cerno è derivato certus. Io penso che sia meglio tenersi a krisis. Sulla certezza i Romani hanno fondato un impero, ma la critica non può fondarvi il proprio: lo fa piuttosto sul suo contrario, la ricerca e il dubbio.

Giuseppe Pontiggia

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