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AssoDILIT

EUROPA

Associazione per la diffusione della lingua e cultura italiana

Parlare e scrivere la nostra lingua e conoscere quella degli altri

a cura di Gianni Copetti e Giuseppe Rosin

NOTIZIARIO ASSODILIT in lingua italiana

121 esimo notiziario della AssoDILIT - Europa

29 gennaio 2012


29_gennaio_2012_notiziario_n°_120_assodilit_europa.doc

120 esimo notiziario della AssoDILIT

13 GENNAIO 2012


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CHI SIAMO - QUI SOMMES-NOUS

8 gennaio 2012


chi_siamo.doc

L\'ASSODILIT con il suo notiziario riprenderà a giorni. questo ritardo è dovuto a un problema

04/1-01/20012


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ULTIME NOTIZIE DEL 2011

18 DICEMBRE 2011


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notiziario della Assodilit 111

Ci ha lasciati il Prof. Serge VANVOLSEM ACCADEMICO DELLA CRUSCA, COMMENDATORE DELL\'ORDINE della Stella della della Solidarietà italiana, membro fondatore e membro dell\'esecutivo della ASSODILIT. a nome del Comitato esecutivo presento alla famiglia, le nostre più sentite condoglianze.

Gianni Copetti



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BUONE FESTE DI UN LIETO FINE ANNO 2010 CON IL NOTIZIARIO 107 DELLA ASSODILIT EUROPA

10 DICEMBRE 2010


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NOTIZIARIO NUMERO 106

15 NOVEMBRE 2010


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NOTIZIARIO N° 105 DELLA ASSODILIT EUROPA

24 SETTEMBRE 2010


n_105_il_notiziario_della_assodilit_europa.doc

NOTIZIARIO NUMERO 104

Associazione per la diffusione della lingua e cultura italiana in Europa

Association pour la diffusion de la langue et culture italienne en Europe

Associazione di fatto e autofinanziata costituita nel 2005

Association de fait – autofinancée constituée en 2005

 

WWW.ASSODILIT.ORG

n°104 della ASSODILIT – EUROPA – 18 settembre 2010

a cura della presidenza dell’associazione e

con il sostegno redazionale di Iniziativa europea

e delle Agenzie Stampa europee

nuova presentazione – nouvelle présentation

tante altre informazioni le troverete nel sito : www.assodilit.org

d’autres informations vous les trouverez dans le site : www.assodilit.org

Gli scambi linguistici nel Mediterraneo e la lingua franca.

Come le Alpi, così questo Mediterraneo solcato da navi mercantili e da navi da guerra funziona non da confine ma da continua rete di scambio nei tanti nodi segnati dai porti: scambio linguistico oltre che commerciale. Il veneziano ha assunto tanta terminologia marinara dal bizantino (Cortelazzo 1970); e a sua volta ha contribuito, insieme con il greco bizantino, alla terminologia marinara turca. La potenza militare turca, infatti, in origine esclusivamente terrestre, nel XV secolo prende a svilupparsi anche sul mare, specialmente in seguito alla conquista di Costantinopoli (1453). Anche dopo che furono assoggettati, i Greci continuarono a essere attivi, per conto dei nuovi padroni, nelle costruzioni navali, e aveva lavorato nell’arsenale di Venezia l’artigiano-ingegnere che costruì le galee con le quali i Turchi nel 1499, presso Lepanto, inflissero la prima sconfitta alle navi veneziane (allo stesso modo, erano generalmente opera di tecnici tedeschi le temibili, enormi bombarde con cui i Turchi diroccavano le mura delle città). Se i Greci insegnarono ai Turchi l’arte della pesca e della navigazione costiera, per le grandi navi da combattimento e per l’artiglieria navale i Turchi andarono a scuola dai loro nemici italiani; e anche la terminologia commerciale turca è debitrice alle repubbliche marinare.

Una vasta indagine sulla terminologia navale turca ha messo in rilievo l’apporto terminologico veneziano (H. e R. Kahane - Tiezte 1958); successivamente, i risultati di questa ricerca sono stati messi parzialmente in questione dal Vidos, che ha assegnato una parte di quelli che i Kahane e Tiezte hanno giudicato venezianismi ad altri volgari romanzi (il genovese, il francese, lo spagnolo, il catalano, il portoghese) e no (l’olandese, l’inglese). Il ruolo del veneziano, comunque, resta importante (Vidos 1961, e altri studi raccolti in Vidos 1965; ma cfr. per \"galea\" Folena 1968-70, 237-238 n. 24, che ribadisce il ruolo del veneziano).

Per questo intenso scambio tra lingue diverse ma in contatto fra loro i Kahane e Tiezte hanno usato, in un’accezione un po’ troppo estensiva, il termine di lingua franca. La circostanza consente di menzionare questo idioma alquanto sfuggente, nel quale hanno parte gli apporti linguistici italiani (parola con la quale intendiamo piuttosto, in questo caso, il contributo di Venezia e di altre repubbliche marinare).

La spedizione francese mandata nel 1830 a occupare Algeri - è l’inizio della colonizzazione francese dell’Algeria, che si sarebbe protratta fino al 1962 - si mosse in compagnia di un Dictionnaire de la langue franque ou petit mauresque, suivi de quelques dialogues familiers et d’un vocabulaire de mots arabes le plus usuels; à l’usage des Français en Afrique, Marseille, 1830 (Dizionario della lingua franca o piccolo moresco, con alcune conversazioni pratiche e un vocabolario delle parole arabe più comuni, al servizio dei Francesi in Africa; cfr. Schuchardt 1909, 455). Veniva così alla luce un idioma alquanto misterioso, usato dai secoli medievali nel Mediterraneo come mezzo di comunicazione tra cristiani di lingua romanza da un lato, arabi e poi turchi dall’altro: lisan al-afrang o lisan al-farang, in arabo, cui corrispondono \"lingua franca\" (o lingua sabir) in italiano e denominazioni equivalenti nelle lingue romanze; una designazione in cui i Franchi - i primi cristiani d’Europa con cui si incontrarono gli arabi in occasione delle crociate - valgono per indicare gli europei nel loro insieme. Lo Schuchardt definì la lingua franca una \"lingua di comunicazione costruita con lessico romanzo\" (\"aus romanischen Wortstoff gebildete Vermittlungssprache\"; Schuchardt 1909, 441), e ne dette uno schizzo che risale all’indietro nel tempo, rispetto alla tardiva documentazione offerta dall’operetta pubblicata nel 1830.

Lingua di servizio, limitata negli scopi e nel ventaglio comunicativo, la lingua franca sarà stata certo mutevole nel tempo e nello spazio, essendo priva di qualunque codifica; e di conseguenza il materiale lessicale romanzo (principalmente italiano - di nuovo nell’accezione precisata sopra - e spagnolo) sarà stato anch’esso mutevole. Ma il principio di funzionamento ne fu relativamente stabile, perché dipendente da processi di semplificazione largamente presenti in simili formazioni comunicative (basti tornare a ciò che si è osservato nel cap II par. 3 a proposito dell’italiano degli immigrati): anzitutto l’uso dell’infinito e del participio in luogo delle forme flesse del verbo, accompagnato da contrassegni che rendano significante la semplificazione: mi andar, mi sentir ‘(io) vado, (io) andai’, ‘(io) capisco, (io) capii’; mi andato, mi sentito ‘(io) sono andato, (io) ho capito’ (e si noti il mi soggetto, in luogo di io, tipico dei dialetti settentrionali e in particolare del veneto e del veneziano); per il futuro, supplisce il presente, espresso con l’infinito, o una semplice perifrasi con \"bisogno\": bisogno mi andar ‘(io) andrò’. Il pronome personale, oggetto diretto o indiretto, è retto dalla preposizione \"per\": mi mirato per ti ‘(io) ti ho visto’, mi ablar per ti ‘(io) ti dico’ (dallo spagnolo hablar ‘parlare’). I verbi di significato astratto sono usati in accezione concreta o genericizzata: accanto a fasir, cunciar ‘fare’: cosa cunciar? ‘che facciamo?’; cunciar pace, una casa ‘far pace, costruire una casa’. L’ampliamento dei significati consente di sfruttare intensivamente la medesima parola, come bono (Schuchardt 1909, 445). A quanto pare, nel Mediterraneo centro-orientale la lingua franca ha un colore più spiccatamente italiano (e cioè veneziano e genovese); nel Mediterraneo occidentale prevale il contributo spagnolo. Il fatto che nell’interscambio linguistico tra parlanti una lingua romanza e l’arabo o il turco si sia affermata la semplificazione di una varietà romanza non rispecchia rapporti di potere, perché in lingua franca comunicano con i cristiani fatti prigionieri dai Turchi, ridotti in schiavitù e portati in Africa, i loro padroni; e proprio perciò epicentro della lingua franca diventò Algeri, nominalmente sotto la signoria ottomana, in realtà città largamente autonoma, albergo di corsari che rapivano cristiani riducendoli in schiavitù, in attesa di un eventuale riscatto (tale fu la sorte di Cervantes, prigioniero in Algeri dal 1575 al 1580). Pare che intorno al 1600 25.000 schiavi cristiani vivessero in Algeri (Schuchardt 1909: 451).

Nel tempo della spedizione francese contro Algeri, risulta che in quella città la lingua franca fosse di colorito prevalentemente ispanico; maggiore il contributo italiano nella lingua franca di Tunisi, dove gli Italiani erano numerosi (cap. II par. 2); fatto sta che, pur in una lingua così economica e ridotta, affiorano doppioni italo-spagnoli: parlar e ablar, testa e cabessa, piou ‘più’ e mas, parola e palabra (Schuchardt 1909: 455-456).

 

Rinascimento tra Veneto e Friuli (1450 - 1550)

A partire dal 1450, e fino a Cinquecento inoltrato, il gran sole degli umanesimi e dei rinascimenti, (fiorentino e romano, padovano e ferrarese, urbinate e veneziano) cominciò a illuminare l’intera Penisola, fino a raggiungerne le contrade più remote. Giunte in provincia, le istanze della Rinascenza si intrecciarono con quelle della cultura indigena dando vita a vere e proprie scuole locali in grado di esprimere proposte culturali autonome e di qualità. Un esempio emblematico di questo Rinascimento minore ed eccentrico si produsse in quel lembo di terra compresa tra i fiumi Livenza e Tagliamento, tra il versante orientale del Veneto e l\'area pordenonese del Friuli, un territorio storicamente riferito all\'antica diocesi di Concordia e che aveva in Portogruaro il proprio centro maggiore.
A metà Quattrocento Portogruaro è un centro di commercio molto florido  e in espansione. In pochi anni, grazie al suo ruolo di ponte tra Venezia (da cui dipende) e il Nord Europa, la cittadina passa da borgo medievale a moderna città rinascimentale con numerosi cantieri civili e religiosi capaci di attrarre i più apprezzati artisti dell’epoca. Qui, epigoni della scuola pittorica veneziana, inclini a sontuosi cromatismi, ed esponenti della cultura figurativa friulana, sensibili alle asprezze nordiche,  personalità di primo piano e comprimari -  da Andrea Bellunello a Pietro di San Vito e Gianfrancesco da Tolmezzo, dal veronese Bonifacio de’ Pitati  al friulano Pellegrino da San Daniele per arrivare a Cima da Conegliano e all\'udinese Giovanni Martini, autori agli inizi del XVI secolo di due importanti pale per le maggiori chiese cittadine, San Francesco e Sant\'Andrea  -  si fecondano reciprocamente, dando vita a espressioni originali in pittura, scultura e architettura. È una stagione felice che si chiuderà appena un secolo dopo con i decreti sull’arte sacra emanati dal Concilio di Trento (1545 – 1563).
Anni di studi e di ricognizioni tra le chiese e gli archivi locali hanno consentito di ricostruire questo fenomeno tutt\'altro che provinciale al centro ora di una piccola ma preziosa mostra, allestita nelle sale  del Collegio Marconi già Palazzo dell’Antico Seminario. Otto le sezioni del breve percorso espositivo che riunisce pezzi di qualità tanto straordinaria quanto poco conosciuta. Muovendo da testimonianze storico- archivistiche e di vita quotidiana, con l’esposizione di manufatti ceramici, tessuti e oreficerie, si giunge al nucleo centrale della mostra costituito dai dipinti e le sculture lignee realizzate dai principali protagonisti di quella stagione artistica. In particolare si segnalano nella terza sezione le tre Madonne lignee, in straordinario stato di conservazione, e una tavola con Madonna e Bambino, di Andrea di Bortolotto de Foro detto “Bellunello”. Originario di Belluno, Andrea di Bortolotto era stato allievo dei Vivarini a Venezia. Trasferitosi in Friuli stabilmente a partire dal 1455, introdusse nella regione i modi figurativi veneziani e padovani riuscendo a declinarli in una maniera personale che gli consentì di raggiungere esiti di accentuata espressività. La quarta sezione amplia il panorama degli artisti friulani presenti nell’area di Portogruaro, proponendo una carrellata sull’attività di Domenico e di Gianfrancesco da Tolmezzo. La quinta sezione è dedicata a due protagonisti d’eccezione quali Cima da Conegliano e Giovanni Martini. Simbolica la presenza di Cima del quale è esposto soltanto un rappresentativo “San Giovanni Battista”” ora al Museo Diocesano di Vittorio Veneto. Della sua “Incredulità di San Tommaso”, dipinta nel 1504 per la chiesa di San Francesco a Portogruaro e venduta negli anni ’60 dell’Ottocento alla National Gallery di Londra è esposta la preziosa foto che Carlo Naya realizzò nel 1869 per conto del Comune prima che venisse trasportata a Londra. Dell’udinese Giovanni Martini la mostra offre invece una presenza più sostanziosa con la ricomposizione di gran parte del corpus pittorico nel quale spicca la “Presentazione al Tempio” realizzata tra il 1512 e il 1513 per il duomo di Sant’Andrea a Portogruaro, affiancata per l’occasione dalla pala con medesimo soggetto che l\'artista dipinse per il duomo di Spilimbergo. Gli arredi liturgici esposti nella sesta sezione  preludono alla conclusione del percorso che presenta un’accurata selezione della produzione plastica lapidea e lignea alla quale i recenti restauri hanno restituito la severa, riservata bellezza. La rassegna chiude con la celebrazione del linguaggio veneziano rappresentato da Pomponio Amalteo. A partire dagli anni Quaranta, Amalteo, allievo, genero ed erede della bottega del Pordenone esercitò un autentico monopolio sulla produzione figurativa sia sul Veneto Orientale che sul Friuli Occidentale. Dell\'artista al Collegio Marconi sono esposte le superstiti e rappresentative cinque tele di piccole dimensioni dipinte per la cantoria dell’organo del duomo di Sant’Andrea.
Il percorso espositivo si completa attraverso un itinerario in nove tappe che conduce il visitatore nei paesi del Veneto Orientale (Annone Veneto, Bagnara di Gruaro, Concordia Sagittaria, Corbolone, Portogruaro stessa, Summaga, Pramaggiore, Settimo di Cinto Caomaggiore) e del Friuli Occidentale (Lignano Pineta) per ammirare le opere, conservate nei contesti originari.

 

L\'INTERVENTO

Risolvere chirurgicamente il tunnel carpale. Quando la colpa è del mouse

I migliori risultati con la tecnica tradizionale a \"cielo aperto\". L\'intervento è di chirurgia leggera, in anestesia locale. Ma spesso la recidiva è in agguato. Ecco perché

di Fabio Lodispoto *

L\'intervento per sindrome del tunnel carpale è una chirurgia leggera, veloce, che si pratica in anestesia locale e in regime ambulatoriale o in day hospital. Con una piccola incisione cutanea al polso si libera il nervo mediano sofferente, perché compresso, e i disturbi svaniscono. In pochi giorni la mano recupera sensibilità e forza. Ma controllando a fondo le statistiche non è una chirurgia semplice: in media il 2,4% dei pazienti è costretto a tornare di nuovo in sala operatoria per ripetere l´intervento o per rimediare ai danni e alle complicanze sviluppate. Non solo: la percentuale dei pazienti che non risolvono il problema alla mano con il secondo intervento sale vertiginosamente al 43%. Come dire, meglio operare una sola volta, la prima, e bene.

Quasi due volte su tre (59%) la persistenza dei sintomi è causata da un intervento incompleto. E´ bene chiarire: i disturbi sono scatenati dal nervo mediano che al suo passaggio tra polso e mano percorre un restringimento lungo alcuni centimetri. Se risulta troppo stretto è necessario aprire il restringimento, tagliando per tutta la sua lunghezza il ligamento trasverso del carpo che lo chiude e lo protegge. Se il taglio del ligamento risulta incompleto il nervo continua a soffrire e la mano non recupera sensibilità e forza. Un secondo intervento per completare l´incisione del ligamento risolve in genere tutti i disturbi. Nessuna speranza di risolvere i problemi invece se la diagnosi è sbagliata. Accade di frequente per errata interpretazione
della elettromiografia. Si tratta di un esame per valutare il grado di sofferenza del nervo e la sede della compressione. In altre parole indica al chirurgo se è il caso di operare perché il paziente è affetto da sindrome del tunnel carpale. I falsi positivi tuttavia sono frequenti e se il chirurgo non valuta accuratamente anche la storia clinica e i segni neurologici rischia di compiere un intervento inutile che non può risolvere i disturbi lamentati dal paziente affetto invece, a titolo di esempio, da una ernia cervicale o da una neuropatia diabetica.

Solo nel 5% dei casi la persistenza, o l´aggravamento dei sintomi, è dovuto ad un danno involontario del nervo mediano o di un suo ramo, sofferto nel corso della procedura chirurgica. Lesione più frequente nella chirurgia endoscopica o mininvasiva, specie se non viene effettuata da un chirurgo esperto in questo genere di tecnica. Più affidabile risulta da questo punto di vista la chirurgia classica a cielo aperto, che prevede un più agevole accesso chirurgico e la visione diretta del nervo che può così essere facilmente evitato e protetto. L´incisione cutanea più lunga tuttavia espone il paziente a molte e frequenti complicanze che non dipendono dalla correttezza della procedura chirurgica. La cicatrice chirurgica che si sviluppa sulla pelle del palmo risulta molto spesso dolorosa (7,3%). Indipendente anche dalla competenza del chirurgo lo sviluppo della sindrome algo-distrofica. Una rara, ma drammatica complicanza dolorosa che interessa tutta la mano e che di solito regredisce spontaneamente a distanza di mesi, ma che a volte può lasciare esiti invalidanti e permanenti come atrofia e rigidità dei tessuti e delle articolazioni delle dita. Più comune come complicanza, il semplice bruciore alla mano che persiste a distanza di mesi dall´intervento, anche se compiuto correttamente.

Altre volte, la sindrome del tunnel carpale sembra essere guarita del tutto, ma a distanza di qualche mese dall´intervento recidiva. Anche in questi casi il più delle volte il problema non è da ricercare nella correttezza dell´intervento, ma in una predisposizione locale del paziente a sviluppare una \"cicatrice\" intorno al nervo. Una tendenza che si riduce liberando accuratamente il nervo da tutte le aderenze cicatriziali con una secondo intervento e proteggendolo con un cuscinetto di grasso prelevato dalla mano dello stesso paziente. Infine anche i pazienti dializzati incorrono frequentemente nella recidiva della sindrome del tunnel carpale, per motivi circolatori locali e metabolici e non per scorretta procedura chirurgica.

* Specialista in ortopedia-traumatologia e medicina dello sport

 

 




il notiziario numero 103 della ASSODILIT

9 SETTEMBRE 2010


n_103_il_notiziario_della_assodilit_europa.doc

1 settembre 2010

 

ASSODILIT

Associazione per la diffusione della lingua e cultura italiana in Europa e nel mondo

In questo numéro 102 troverete

Dans ce numero 102 vous trouverez :

 

- i funzionari europei spiegano l’Europa ai giovani

- les fonctionnaires européens expliquent l’Europe aux jeunes

- Parlare italiano nel Mondo

parler l’italien dans le monde

- « I mosaici antichi di Ravenna » Mostra a Bruxelles l\'8 Settembre 2010

- les mosaïques de Ravenne   Exposition à Bruxelles le 8 septembre 2010                             

- Lingue: gli italiani le studiano ma oltre la metà non le sa parlare (nel  2006)

- langues : les italiens les étudient mais plus de la moitié ne les savent pas

  parler (en 2006)

- L\'Institut de Florence : étudier l’italien et le vivre

Partners :

www.aksaicultura.net

www.sintesi-cinemaitalien.be

www.casaxeuropa.org



n°102_il_notiziario_della_assodilit_europa.doc

l isola di Arturo

28 giugno 2010

L\'isola di Arturo

Pubblicato nel 1957, “L’isola di Arturo” segna il passaggio di Elsa Morante al \"realismo magico\", al racconto che si trasfigura nell’allegoria.

Sull’isola di Procida, non lontano da Napoli, Arturo trascorre l’infanzia e la giovinezza in un microcosmo fatto di mare, sogni e fantasie infantili. Nell’immaginario del bambino la madre, morta nel metterlo al mondo, aveva scelto per lui il nome d’una stella e di un antico re della Bretagna. Il padre, bello e biondo, è per lui come un dio, da contemplare con devozione nonostante la sua indifferenza ed il suo egoismo. Educato dall’amico quindicenne Silvestro e dalla natura, Arturo racconta il proprio percorso di formazione alla vita adulta, che giunge fatalmente a compimento con l’arrivo sull’isola di Nunziatina, la giovanissima sposa del padre capace di turbare profondamente l’animo suo. Madre-matrigna ed allo stesso tempo bambina, la bella Nunziata incarna, agli occhi d’Arturo, una femminilità materna e sensuale. I baci suoi si trasfigurano in quelli d’amante, segnando la fine dell’infanzia: è così che il ragazzo, divenuto uomo, abbandona l’isola della giovinezza, pronto per affrontare il mondo con infinita nostalgia per quella piccola terra che “fu tutto”.





NOTIZIARIO NUMERO 101 DELLA ASSODILIT

1 MAGGIO 2010


1°_maggio_2010__n°_101_-_notiziario_della_assodilit.doc

ECCO IL NOTIZIARIO NUMERO 100 DELLA ASSODILIT EUROPA del 15 aprile 2010

17 aprile 2010


100_numeri_del__notiziario_della__assodilit_europa_del_15_aprile_2010.pdf

notiziario numero 100 bis della Assodilit

17 aprile 2010


numero_100_bis_del__notiziario_della_assodilit_europa.pdf

Il notiziario della ASSODILIT EUROPA numero 99

1 aprile 2010

Cogliamo l\'occasione per porgere a tutti i lettori una buona Pasqua



1_aprile_2010_numero_99_del__notiziario_della_assodilit.doc

notiziario numero 98 della Assodilit

15 marzo 2010


numero_98__notiziario_della_assodilit__15_marzo_2010.doc

notiziario numero 97 della ASSODILIT

1 MARZO 2010


numero_97__notiziario_della_assodilit__1_marzo_2010.doc

NOTIZIARIO NUMERO 96

18 FEBBRAIO 2010


numero_96__notiziario_della_assodilit__18_febbraio_2010.doc

NOTIZIARIO DELLA ASSODILIT N° 95

15 febbraio 2010


numero_95__notiziario_della_assodilit__15_febbraio_2010.doc

il notiziario 94 della ASSODILIT é in rete

5 febbraio 2010


numero_94__notiziario_della_assodilit__5_febbraio_2010.doc

notiziario numero 93

1 febbraio 2010


n_93__notiziario_della_assodilit_febbraio_2010.doc

NOTIZIARIO N° 92

28 GENNAIO 2010


n_92__notiziario_della_assodilit_gennaio_2010.doc

NOTIZIARIO NUMERO 91 DELLA ASSODILIT

20 GENNAIO 2009

RICORDIAMO AI NOSTRI LETTORI CHE L\'ASSODILIT VIVE CON LE SOLE ADESIONI DEI SUOI ISCRITTI

ADERISCI ANCHE TU CON  20 EURO PER L\'ANNO 2010 VERSANDO SU CONTO DELLA ASSOCIAZIONE

N° 310-1256506-54 

GRAZIE



n_91__notiziario_della_assodilit_gennaio_2010.doc

siamo al notiziario numero 90

16 gennaio 2010

E APERTA  LA CAMPAGNA DI ADESIONE /RINNOVO ALLA ASSODILIT PER IL 2010 - aiutaci anche tu a portare avanti le nostre attività, versa oggi 20 euro  sul conto della assodilit  n° 310-1256506-54

grazie

 



n_90_notiziario_della_assodilit_gennaio_2010.doc

siamo al numero 89 del nostro notiziario

30 dicembre 2009

L\'assoDILIT  AUGURA A TUTTI I LETTORI UN FELICE ANNO 2010



n_89__notiziario_della_assodilit_dicembre_2009.doc

LEGGI LEGGI IL NUOVO NOTIZIARIO NUMERO 88 DELLA ASSODILIT

19 DICEMBRE 2009


n_88__notiziario_della_assodilit_dicembre_2009.doc

LEGGETE IL NOTIZIARIO NUMERO 87 DELLA ASSODILIT

15 DICEMBRE 2009


n_87__notiziario_della_assodilit_dicembre_2009.doc

notiziario numero 86 della nostra associazione

8 novembre 2009


n_86__notiziario_della_assodilit_dicembre_2009.doc

NOTIZIARIO N° 85 della nostra associazione

25 novembre 2009


n_85__notiziario_della_assodilit_novembre_2009.doc

NOTIZIARIO NUMERO 84 DELLA ASSODILIT

24 NOVEMBRE 2009


n_84__notiziario_della_assodilit_novembre_2009.doc

il notiziario numero 83 della assodilit

14 novembre 2009


n_83__notiziario_della_assodilit_novembre_2009.doc

notiziario numero 82

13 novembre 2009


n_82__notiziario_della_assodilit_novembre_2009.doc

LEGGI IL NOTIZIARIO NUMERO 81 contiene vari argomenti di sicuro interesse

5 nov. 2009


n_81_notiziario_della_assodilit_novembre_2009.doc

leggete il notiziario numero 80 dell;a assodilit

4 novembre2009

si apre un grande  dibattito sulla storia del crucifisso nelle scuole italiane.

esprimete pure voi la vostra opinione, SCIVETECI



n_80_notiziario_della_assodilit_novembre_2009.doc

ESCE IL NUMERTO 79 DEL NOSTRO NOTIZIARIO

3 NOVEMBRE 2009


n_79_notiziario_della_assodilit_novembre_2009.doc

LEGGI IL NOTIZIARIO NUMERO 78

SEI ISCRITTO  ALLA  ASSODILIT ?  ALLORA ISCRIVITI E SOSTIENI LA NOSTRA ASSOCIAZIONE PLURALISTA

VERSA 20 EURO SUL CONTO 310-1256506-54 E DIVENTI MEMBRO PER IL 2010



n_78_notiziario_della_assodilit_ottobre_2009.doc

NOTIZIARIO NUMERO 77

27 OTTOBRE 2009


n_77_notiziario_della_assodilit_ottobre_2009.doc

notiziario numero 76

15 ottobre 2009


n_76_notiziario_della_assodilit_ottobre_2009.doc

ESCE IL NOTIZIARIO NUMERO 75

11 OTTOBRE 2009

IL SITO ANNOVERA BEN 13.130 VISITE .

invitiamo i lettori a scrivere e trasmetterci articoli di carattere culturale.

IL SITO E APERTO A TUTTE LE INFORMAZIONI E MANIFESTAZIONI DI CARATTERE LINGUISTICO E CULTURALE



n_75_notiziario_della_assodilit_ottobre_2009.doc

ECCO IL NUMERO 74 DEL NOSTRO NOTIZIARIO

27 SETTEMBRE 2009


n_74_notiziario_della_assodilit_settembre_2009.doc

vi invitiamo a leggere il nostro notiziario numero 73 della ASSODILIT

BUONA LETTURA



n_73_notiziario_della_assodilit_settembre_2009.doc

NOTIZIARIO NUMERO 72 DELLA ASSODILIT



n_72_notiziario_della_assodilit_settembre_2009.doc

vi invitiamo a leggere il nostro notiziario numero 69



n_69_notiziario_della_assodilit_e_associazioni_riunite_settembre_2009.doc

notiziario n 66 della assodilit

COMUNICATI STAM

A settembre l\'inaugurazione

A ROMA NASCE IL MUSEO DELL\'EMIGRAZIONE ITALIANA



 

Roma - (Pronto Italia) - Nasce il Museo Nazionale dell\'Emigrazione Italiana. Sara\' inaugurato il 25 settembre ed allestito negli spazi della Gipsoteca del Vittoriano. Il Museo, promosso dal ministero degli Esteri con la collaborazione del ministero per i Beni culturali, nasce alla vigilia di un appuntamento importante come il 150° anniversario dell\'Unita\' dell\'Italia ed intende rappresentare l\'emigrazione nel corso di un intenso secolo di storia nazionale.

\'\'Si tratta di una idea nata da molto tempo su cui aveva lavorato il sottosegretario agli Esteri, Franco Danieli, e portato a compimento da questo governo\'\'. Spiega Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri, durante la presentazione del progetto avvenuta a Roma, al Vittoriano. \'\'Con questo Museo - aggiunge Mantica - vogliamo reinserire nella storia d\'Italia quella storia sconosciuta delle nostre comunita\' all\'estero. Sara\' quindi un luogo della memoria, la casa degli italiani e un luogo che ricorda quanto sia stata difficile e complicata l\'Unita\' d\'Italia\'\'.

\'\'Vorrei che fosse il Museo dell\'italianita\'; non il Museo della vergogna e della nostalgia, bensi\' dell\'orgoglio italiano, della partecipazione e del dialogo con le comunita\' italiane all\'estero\'\'. Sottolinea Francesco Giro, sottosegretario ai Beni culturali, a cui fa eco Louis Godart, consigliere Culturale del Presidente della Repubblica Italiana. \'\'Sara\' un Museo dell\'italianita\' ma anche un viaggio nel dolore e nella speranza perche\' e\' incontestabile che chi lascia la sua patria per andare altrove a cercare lavoro provi dolore. Ma - aggiunge - sara\' anche un viaggio nella speranza pensando al contributo che gli emigrati hanno dato nei paesi che li hanno ospitati e come la loro presenza e la loro operosita\' abbia contribuito a fare amare l\'Italia all\'estero\'\'.

Per la prima volta nella storia italiana viene messo a sistema l\'immenso patrimonio storico e culturale italiano inerente l\'emigrazione. \'\'Senza l\'emigrazione la storia d\'Italia e\' incompleta - spiega Lorenzo Prencipe, presidente del Centro studi emigrazione di Roma (Cser) - Per capire come la nostra nazione sia cresciuta e si sia sviluppata e\' necessario capire la storia di milioni di italiani che hanno lasciato le loro regioni per andare all\'estero e ritrovarsi in una identita\' piu\' ampia, cioe\' quella di \'italiani all\'estero\'. Questo Museo vuole squarciare il velo di silenzio che ha accompagnato la storia dell\'emigrazione italiana in tutti questi anni\'\'.

Il Museo dell\'emigrazione sara\' costituito da tre sezioni principali: quella storica di riferimento, espositivo regionale, un viaggio interattivo nell\'emigrazione italiana. Il periodo storico rappresentato va dall\'Unita\' d\'Italia fino ai nostri giorni. Si tratta di 150 anni di storia in cui la storia del nostro Paese si e\' modificata e in cui l\'emigrazione ha avuto un ruolo determinante sia nel definire l\'unita\' che l\'identita\' nazionale. Il percorso storico si sviluppa in cinque sezioni attraverso materiale di diverse tipologie che comprendono la letteratura, cinematografia, documentari, musica, testimonianze audio, foto, giornali e riviste d\'epoca, frasi significative, oggetti caratteristici, date salienti. Ampio spazio alle presenze regionali attraverso la partecipazione degli assessorati, delle istituzioni e delle associazioni regionali legate al tema dell\'emigrazione, oltre all\'approfondimento delle caratteristiche migratorie peculiari di ogni singola regione. Proprio per questa sua vocazione regionale il Museo diventera\' presto itinerante, in ogni singola regione portera\' documenti, storie, immagini che rappresentano quel territorio. Intanto, a settembre, dopo l\'inaugurazione, il Museo dell\'Emigrazione Italiana fara\' la sua prima uscita partecipando in Germania alla riunione con gli altri musei del mondo che si occupano di emigrazione.

PAQuando i migranti eravamo noi
\"I nostri morti gettati nell\'oceano\"

di GIULIA VOLA

 

BUENOS AIRES - Loro muoiono nel Mediterraneo. Quando gli emigrati eravamo noi, morivamo nell\'Atlantico. \"Buttarono nell\'Oceano donne, un bambino e molti vecchi, in tutto quasi venti persone. Così raccontava mio padre\". Maria Dominga Ferrero vive in provincia di Cordoba, in Argentina, nella casa che suo padre comprò quando, nel 1888, arrivò alla \"Merica\" a bordo del \'Matteo Bruzzo\'. Una casa con i muri bianchi, la cucina grande, le stanze ariose e l\'orto nel retro. \"In barca gli dicevano \'coma esto, gringo de mierda\', mangia questo. Era pane e vermi. Vide morire di fame una donna incinta. Ma cosa poteva fare?\".

Maria parla un po\' in piemontese e un po\' in castigliano, mentre gira la minestra di verdure che bolle sul fuoco. \"La solfa era la stessa. La differenza era che se sopportavi il male potevi fare suerte, fortuna. Non come capita agli immigrati che oggi vanno in Italia. A l\'è vera? Non è vero?\". La domanda rimane sospesa, Maria apre i cassetti, cerca ricordi. \"Mio padre - dice - all\'inizio vendeva la verdura che coltivava ma nessuno capiva la sua lingua. Così vendeva tutto a 5 centesimi\".

Loro, i sopravvissuti di oggi, vengono rinchiusi nei Cie, i Centri di identificazione ed espulsione. Noi finivamo negli Alberghi degli immigrati gestiti dallo Stato o nei Conventilli in mano ai privati. Felicia Cardano è molto anziana, ma ricorda bene i racconti di famiglia: \"Mio padre arrivò a Buenos Aires nel 1889 a bordo del \'Frisca\'. Durante il viaggio morirono il suo migliore amico e altre trenta persone. Lo misero all\'Hotel della Rotonda, un enorme baraccone di legno, dove si stava stipati come sardine insieme ai pidocchi e alla puzza. Si poteva rimanere al massimo cinque giorni, il tempo di trovare un lavoro in città o nei campi, dove era più facile\".

Scenari confermati da Luigi Barzini che così scriveva sul Corriere della Sera nel 1902: \"L\'Hotel degli emigranti (lo chiamano Hotel!) ha una forma strana, sembra un gasometro munito di finestre (...). L\'acre odore dell\'acido fenico non riesce a vincere il tanfo nauseante che viene dal pavimento viscido e sporco, che esala dalle vecchie pareti di legno, che è alitato dalle porte aperte; un odore d\'umanità accatastata, di miseria (...). Più in alto, le tavole serbano dei segni più vivi di questo doloroso passaggio: li direi le tracce delle anime. Sono nomi, date, frasi d\'amore, imprecazioni, ricordi, oscenità raspati sulla vernice o segnati colla matita, talvolta intagliati nel legno. Il disegno più ripetuto è la nave; il loro pensiero guarda indietro!\".


Gli stessi graffiti ricoprono adesso le pareti dei Cie, memoria recente del transito dei migranti di oggi, stranieri di tutto il mondo, che lavorano nei cantieri, nei campi, nelle cucine dei ristoranti, nelle case, invadono i quartieri, contaminando le loro e le nostre abitudini. Noi, i \"gringos\" di allora, invadevamo \"le passeggiate perché sono gratuite, le chiese perché credenti devoti e mansueti, gli ospedali, i teatri, gli asili, i circoli e i mercati\": così scriveva infastidito all\'inizio del secolo il sociologo argentino Ramos Mejía.

Numeri alla mano, dal 1886 al 1889 gli emigrati partiti da Genova e sbarcati a Buenos Aires raddoppiarono da 43mila a 88mila. Nel 1897 nel porto argentino erano già sbarcati un milione di italiani. Nel 1895, su 660mila abitanti di Buenos Aires, 225mila erano dei nostri. In provincia di Cordoba i 4.600 del 1869 diventarono 240mila nel 1914. Muratori, fabbri, falegnami, calzolai, sarti, fornaciai, meccanici, vetrai, imbianchini, cuochi, domestici, gelatai e parrucchieri: non avevamo concorrenza.

\"Si lavorava da matin a seira e la domenica si andava a messa ben vestiti - raccontano le sorelle Fusero, nipoti di Bartolomeo arrivato a Buenos Aires il 22 novembre 1905, a 22 anni - . I bambini mangiavano il gelato, le donne bevevano la limonata e gli uomini il vermouth. Si cantava Quel mazzolin di fiori, La Piemontesina e Ciao bela mora ciao, si giocava a bocce e si chiacchierava. La sera si mangiava la bagna càuda e prima di andare a dormire si pregava: il parroco dovette imparare il piemontese perché le donne, non riuscivano a confessarsi. Nduma bin! Eravamo messi bene! Siamo nati tutti nella stessa camera, all\'ombra di un magnolia nata da un seme portato dall\'Italia\".

Centoventi anni dopo, i nuovi migranti inseguono in Europa il posto migliore dove vivere. Poi chiamano a raccolta il coniuge, i figli, il fratello, l\'amico. Nel frattempo mandano i soldi a casa. \"Noi, poveri e affamati di allora, andavamo a fare l\'America - racconta la nipote di Giuseppe Caffaratti, torinese arrivato in Argentina nel 1890 a 15 anni - perché peggio di com\'era in Italia non si poteva: era uno sgiai, uno schifo\". \"Emigravamo per mangè\", racconta Reinaldo Avila, nipote di Giuseppe partito da Caraglio, in provincia di Cuneo, nel 1883. \"Mio nonno era un contadino ignorante, si è spaccato la schiena nei campi. Oggi qui tocca ai boliviani e in Italia agli africani. È la vita\".

Loro, i profughi di oggi, scappano dalle guerre moderne, dalla miseria dell\'Africa, dell\'Asia e dell\'Est europeo. Noi, vittime di allora, fuggivamo dalla Grande Guerra. Racconta Margherita Lombardi, nipote di Clelia scappata da Alessandria: \"Mia zia perse un figlio in battaglia nel 1916 e un altro nel viaggio sull\'Oceano. Si salvò solo lei\". Si fuggiva dalle cartoline precetto, il terrore delle madri: \"Meglio un figlio lontano ma vivo che vicino ma sotto terra, disse mia nonna a mio padre Fernando - racconta Gladis Fiacchini - . Siamo cugini di Renato Zero, ma abbiamo perso i contatti: mio padre non volle mai più ritornare indietro\".

Altri fuggivano dopo aver visto la morte in faccia. \"Ci imbarcammo sulla \'Filippa\' senza documenti e senza un soldo il giorno dopo che Miguel tornò dal campo di concentramento in Germania\", ricorda Letizia Garessio. Suo marito, Miguel Bautista Pistone, argentino nato da italiani emigrati in America a metà \'800, era tornato in Italia dopo aver fatto fortuna e durante la guerra era finito in un campo di concentramento: \"Miguel era pelle e ossa - dice Letizia - , che cosa potevano fargli? Chi gli avrebbe impedito di salvarsi?\". Gli dico che ora l\'Italia respinge i profughi che vengono dal mare: \"Meno male che siamo nati un secolo fa e che siamo scappati qui - commenta - . Miguel tornò in Italia solo una volta per vendere tutto e comprare una casa qui\".

\"Mio padre scappò da Fossano e dalla guerra che gli aveva ucciso un fratello - racconta Antonio Caballero - , aveva 17 anni e fin dal primo giorno cominciò a dimenticare l\'Italia. Non ho mai parlato con i miei parenti rimasti a casa. Non ho mai imparato l\'italiano perché nessuno me l\'ha mai insegnato. Nessuno di noi ha fatto fortuna, semplicemente siamo sopravvissuti\".

I migranti di oggi arrivano in Italia con il sogno di guadagnare per poter tornare in patria. Ma anche loro spesso finiscono per mettere radici. Come il nonno di Teresa Burdone, piemontese emigrato in Argentina alla fine dell\'Ottocento: \"Quasi tutti noi - dice Teresa - , figli o nipoti di italiani, abbiamo la doppia cittadinanza e un\'altra vita da vivere, ma il cognome ci ricorda che siamo stranieri da sempre\".

 

LA BUSTINA DI MINERVA

Ma va pensiero...

di Umberto Eco

Ecco come si arrivò al decreto che al posto dell\'inno nazionale istituì tanti inni dialettali per le venti regioni. Da \"El purtava el scarp del tennis\" a \"Funiculì Funiculà\" fino a \"Ciuri ciuri\"

 

Quando Bossi entrò in possesso di un filmato in cui si vedeva Berlusconi, vestito da Renato Zero anni sessanta, che si faceva fustigare da una escort travestita da Maschera di Ferro Ovvero il Segreto della Bastiglia, il presidente del consiglio era ormai nelle sue mani. E infatti la Lega ottenne subito un decreto legge che aboliva \"Fratelli d\'Italia\" come inno nazionale e lo sostituiva con \"Va pensiero\". L\'universo leghista entrava tuttavia in crisi quando Calderoli, informato da un collega dentista melomane, si rendeva conto che \"Va pensiero\" non solo era il canto di alcuni esuli ebrei, ma esprimeva il dolore di chi non celebrava una regione conquistata bensì anelava a un patria perduta - e in ogni caso, come aveva osservato Raffaele Lombardo con meridionale intuizione, quella geremiade menava gramo. Inoltre Fini, con sorrisini sarcastici, aveva cominciato a dire che gli andava benissimo un inno scritto da un grande patriota come Verdi, che esprimeva a puntino lo stato d\'animo risorgimentale e il sogno di una nuova Alleanza Nazionale.

A questo punto le Lega intera si era ribellata a Bossi che era stato costretto a chiedere a Berlusconi un nuovo decreto legge, facendo leva su un altro filmato (entrato fortunosamente in suo possesso) che mostrava il presidente del consiglio che, toltesi le scarpe, si era travestito da Brunetta, e si faceva fustigare da Letta che, messe le scarpe del presidente, si era travestito da Ciccio Ingrassia.

Il nuovo decreto istituiva al posto dell\'inno nazionale tanti inni dialettali quante erano le venti regioni, e ordinava che nelle occasioni ufficiali dovesse essere eseguito solo l\'inno regionale.

Per certe regioni la scelta era stata facile: la Liguria aveva subito adottato \"Cibben che son piccinn-a - ghe l\'ho comme mæ moæ: - a pâ ?na barca a veja - con tûtti i sò mainæ!\", mentre in

Piemonte ai sostenitori de \"La bella Gigogin\" si opponevano coloro che lo ritenevano troppo risorgimentale e proponevano in alternativa \"Ricordi quelle sere passate al Valentino\"; accorgendosi però all\'ultimo momento che non era in dialetto torinese, e ripiegando su \"Maria Gioana a l\'era an sl\'uss - a l\'era an sl\'uss ch\'a la filava oh! (bis) Trullalalà!\". La Lombardia, ispirandosi anche al Capo leghista, aveva scelto \"El purtava el scarp del tennis\", il Trentino Alto Adige optava decisamente per la Marcia di Radetsky, il Veneto si attestava su \"La biondina in gondoleta - l\'altra sera gò menà\" e il Friuli Venezia Giulia, scartati \"Le campane di San Giusto\" e \"Vola Colomba bianca vola\", troppo nazional- irredentisti, ripiegava su \"Ciribiribin, paghè \'na bira, Ciribiribin, no go moneda, Ciribiribin, doman de sera, Ciribiribin, la pagherò!\".

Per la Toscana era sembrato quasi naturale scegliere \"La porti un bacione a Firenze\", ma si erano opposte Lucca, Pisa e Livorno, iniziando una faida dagli esiti incerti. Pisa voleva, benché in italiano, \"Evviva la torre di Pisa\", per Livorno \"Il Vernacoliere\" aveva preparato un inedito \"La topa c\'è\", e i lucchesi, per orgoglio pucciniano, dialetto a parte, volevano \"Un bel di\' vedremo levarsi un fil di fumo\", dove l\'atteso fil di fumo avrebbe dovuto evidentemente provenire da Pisa in fiamme. Per conto proprio, Prato aveva scelto un inno cinese.

La Lega aveva provocatoriamente suggerito per la Capitale \"Roma non far la stupida stasera\" (o almeno \"Arrivederci Roma\") ma i romani avevano opposto \"È mejo er vino de li castelli che questa zozza società\". Più dura la faccenda a Napoli dove si scontravano i sostenitori di \"O sole mio\" con quelli di \"A Marechiare\" e infine tra i due litiganti godeva il terzo e veniva scelto \"Funiculì Funiculà\". Trascuriamo per ragioni di spazio le scelte di altre regioni, ricordando al massimo l\'Abruzzo con \"E vola vola vola vola e vola lu pavone\", e la Sicilia con \"Ciuri ciuri ciuri di tuttu l\'annu, l\'amuri ca mi dasti ti lu tornu...\".

I problemi erano sorti in campo sportivo. Una tesi radicale voleva che non esistesse più una squadra nazionale degli azzurri ma che nei campionati internazionali si misurassero, che so, il Chievo con l\'Argentina o la Sampdoria con l\'Inghilterra. Non avendo la federazione internazionale accettato una simile complicazione degli accoppiamenti, si era accettato che giocasse per l\'Italia una squadra detta degli Arlecchini, con maglia a losanghe multicolori, e si cantasse all\'inizio un pout pourri di tutti gli inni regionali. Il delicato collage melodico veniva affidato ad Apicella ma il risultato sembrava piuttosto una composizione di Sylvano Bussotti, dallo spartito illeggibile, che i calciatori facevano molta fatica a memorizzare e cantare. Per cui si era ripiegato sul coro a bocca chiusa dalla \"Butterfly\" che, essendo roba giapponese, non evocava nessun risorgimento.



notiziario_n°_66_settembre_2009_assodilit_e_associazioni_riunite.doc

NOTIZIARIO N° 65 della assoDILIT -

26 AGOSTO 2009

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notiziario_n°_65_agosto_2009_assodilit_e_associazioni_riunite.doc

esce il numero 61 del notiziario della assoDILIT

4 GIUGNO 2009


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il NOTIZIARIO NUMERO 60 DELLA ASSODILIT

1 GIUGNO 2009


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UNA BELLA INIZIATIVA proposta da Sergio Vecchi



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esce il numero 58 del nostro notiziario fatto con la collaborazione delle altre associazioni

23 maggio 2009


58__notiziario_della_assodilit__europa___17__maggio_2009.doc

NUMERO SPECIALE 57 DELLA ASSODILIT

APRILE 2009


speciale N 57 Notiziario della Assodilit Europa 17 aprile 2009.doc

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23 aprile 2009
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